Roma ore 11, 2004

Quando ebbi l’incarico di compiere l’inchiesta sulle ragazze di via Savoia per il film di De Santis, erano passati quattro mesi dal crollo e già erano nate intorno al disgraziato avvenimento delle voci misteriose, delle piccole leggende, come si verifica ogni volta che un fatto colpisce l’immaginazione popolare.
All’inizio mi sembrò, suggestionato dalle voci misteriose, di dover condurre più un’indagine poliziesca che una semplice inchiesta sulle protagoniste del fatto e sulla loro umanità.
Il primo personaggio di cui feci la conoscenza, non diretta, ma, come avviene nei film gialli, per interposta persona, fu quello d’una certa suor Raffaellina, del Policlinico. Questa monaca aveva confidato a qualcuno che non una, ma sei, sarebbero state le ragazze morte, tanto che le autorità erano state costrette a tenere celato il vero numero dei decessi per non aumentare il malcontento della popolazione. È inutile dire che al Policlinico non trovai traccia alcuna di suor Raffaellina.
Venni a sapere che una ragazza del Prenestino era morta in seguito alle fratture riportate nel crollo; che un’altra, di Torpignattara, era stata rinchiusa in manicomio per aver tentato più volte di gettarsi dalla finestra, a causa dello choc subìto in via Savoia. Una terza ragazza si era ammalata di amnesia totale. In Poche ore appurai che non una di queste ragazze esisteva, in realtà.
Uno studente di medicina – che purtroppo non riuscii mai a rintracciare – aveva confermato le rivelazioni di suor Raffaellina, precisando, però, che il numero delle morte era di quattro e non di sei.
S’accese una vera e propria girandola di fole. Mi telefonarono a casa per dirmi che la portiera del villino era dedita a pratiche di stregoneria. Ci fu uno che mi confidò, a condizione che io mantenessi il più stretto segreto, che sotto “l’affare di via Savoia” si nascondeva sicuramente qualche pasticcio di polizze d’assicurazione.
Dietro tutte queste fanfaluche persi almeno un paio di giorni, e debbo dire che in principio, a quelle più verosimili, prestai fede.
Smisi poi la mia divisa nuova fiammante di «agente federale» e cominciai il vero lavoro, più oscuro, privo di sensazionali colpi di scena, ma di certo più utile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.