Le mani sporche

dramma di

JEAN PAUL SARTRE

Traduzione, adattamento televisivo e regia

ELIO PETRI

musiche

ENNIO MORRICONE

Luci

ALBERTO SAVI

Scenografia

FILIPPO CORRADI-CERVI

Costumi

BARBARA MASTROIANNI

Consulenza artistica

LORENZO VESPIGNANI

Montaggio

GIANNI LARI

Delegato alla produzione

NAZARENO MARINONI

Ha collaborato al programma

BRUNO RASIA

Personaggi e interpreti

Hoederer

MARCELLO MASTROIANNI

Hugo

GIOVANNI VISENTIN

Olga

ANNA MARIA GHERARDI

Jessica

GIULIANA DE SIO

Karsky

OMERO ANTONUTTI

Principe Paul

MASSIMO FOSCHI

Louis

PIETRO BIONDI

Slick

GIORGIO TRESTINI

Georges

BRUNO PAGNI

Ivan

UMBERTO VERDONE

Charles

FERRUCCIO CAINERO

Frantz

GIOVANNI DE LUCIA

Leon

EZIO SANCROTTI

Riflessioni preliminari:

Urge una domanda: perchè fare il teatro-da-televisore e non il teatro-da-teatro? Perchè fare Le mani sporche per quello che chiamano piccolo schermo e non per un vero palcoscenico?

La sfilza delle domande potrebbe continuare. Ognuno potrebbe dare la sua risposta, dall’alto, o dal basso, prima di tutto, della sua età. I ragazzi fanno le cose perché le trovano li davanti a loro da fare e fare le cose è come fare un poco se stessi. In quella età si va a caccia di se stessi, facendo una cosa o l’altra. I vecchi fanno le cose nonostante abbiano scoperto che le cose si fanno, spesso, da sole, che la caccia a se stessi è forse un falso scopo, che le cose le si fa in definitiva, per sfuggire l’idea di morte. Si fa, per fare i soldi. Si fa, per guadagnare o difendere la popolarità. Si fa, per non essere fatti. Si fa per emergere dalla massa grigia dei contemporanei. Si fa, si fa, si fa, per essere, perché si deve fare, perché si deve essere. Si fa.

I giovani fanno perché non sanno fare ancora nulla, i vecchi fanno perché non sanno fare altro. I primi devono provare a se stessi, ed agli altri, di saper fare, per dire: «Al mondo ci sono anch’io». I secondi di saper ancora fare: per dire: «Sono ancora vivo». Si fa per promozione sociale. Per difendere il rango acquisito. Si fa perché è “bello” raccontare se stessi agli altri. Si fa l’attore e il regista perché è un gioco “bello” tra i tanti brutti che la società offre, a giovani e vecchi. E proprio mentre tutto degrada, valori, tessuto sociale, istituzioni, strutture portanti, “dentro2 e “fuori2 di noi, il “gioco” è una risorsa di vita e di libertà. Gioco, ma appassionato.

La regola del nostro gioco, con Le mani sporche è semplice: si deve sottrarre il tele-spettatore all’idea che Le mani sporche sia «vera» in senso televisivo, nel senso del feuilleton televisivo, «vera» nel senso di «verosimile», di «è proprio così che succede», di «pare di starci», «era proprio così», nel senso di quella «letteralità» che è propria della messa in scena televisiva. Sartre ha scritto questa commedia sul filone della drammaturgia francese dell’ottocento, senza pudore, o, s’egli preferisce, nella più completa malafede. I coups-de-theâtre abbondano, le situazioni sono portate al confine del più schietto artifizio, i conflitti personali sono costruiti su apparenze, anche se non verificabili, di quel «reale-reale» che tutti «fingiamo» di conoscere. Queste apparenze del «reale-reale» non interessano Sartre: sono puro pretesto, per l’edificazione dei suoi miti. A Sartre premeva di rappresentare la sua scissione in Hugo-Hoederer, in puro-impuro, soggettivo-oggettivo, in metafisico-realista, in vero-falso, gioco-serietà, e l’ha fatto con estrema lucidità «teatrale», servendosi del teatro proprio come del mezzo più peculiare per rappresentare la falsità del suo, e del nostro, stato di scissione. Egli ha scritto ogni parola della commedia mettendosi continuamente «dentro» e «fuori» i personaggi e le situazioni, dotando lo spettatore della stessa possibilità, di entrare ed uscire dalla « realtà» che la commedia propone, per valutare, giudicare, «vivere» la disperata finzione di questa realtà, ricordandogli continuamente che tutto si sta svolgendo in un teatro, e sommuovendo in lui, tuttavia, il dubbio che tutto sia teatro, finzione, commedia, che tutto

sia «falso»: che la vita stessa lo sia.

Il teatro diventa mondo. Teatro e mondo, due luoghi deputati alla messa in scena di finzioni.

Ma bisogna fingere che la vita sia significante, prima ancora di venire qui a teatro, in cerca di significati e sederci su questa poltrona. Si deve fingere di non sapere la morte. Si deve fingere che tutto quel che si fa sia «vero». Si devono fingere idee prese in fitto, come costumi, da altri che a sua volta dovette fingere, pur di garantire una continuità alla vita, pur di negare la morte. Si deve fingere che natura e società siano la stessa cosa, che un decreto-legge sia come un tuono, che la disoccupazione sia come un’alluvione, che una guerra sia come un terremoto, o che il socialismo sia la quiete dopo la tempesta.

Elio Petri

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