Petri- L’Impolitico (2005)

INTRODUZIONE ELIO PETRI, IMPOLITICO

Nel panorama del cinema italiano del dopoguerra, la figura di Elio Petri occupa una zona oscura, ambigua. Eclissato dall’impeto ideologico che investiva, negli anni Sessanta e Settanta, il controverso fenomeno del “cinema politico”, il cineasta romano è stato attaccato, discusso e infine rimosso, senza di fatto essere indagato a fondo, al di là di questa esperienza, anch’essa peraltro sfuggente, incerta. La stagione del cinema politico costituisce un nodo problematico ancora da sciogliere ed implica questioni complesse, quali il rapporto tra arte e politica, tra cinema commerciale e di ricerca, tra i dettami dell’industria e i tentativi (degli autori) di realizzare una produzione media di qualità e di impegno sociale. Da qui, schematicamente, le ragioni e i torti della scivolosa conflittualità che ha accompagnato l’intera parabola del filone. Dalle pagine della critica militante, la riflessione si alimenta e si dissemina in molti rivoli, toccando il tema dell’elaborazione linguistica, incentrata sull’ipotesi utopica del binomio poetico/politico; e quello, in un percorso di progressiva radicalizzazione, del rifiuto del cinema esistente e della sua struttura industriale, in favore di modi di produzione e di fruizione minoritari ma del tutto alternativi. I termini della questione sono intricati, poiché si tratta davvero di una vicenda cruciale, che investe il centro nevralgico del dibattito cinematografico (e non solo) di quegli anni.
Il “furore rosso” della passione politica ha incendiato molti cuori e determinato censure e scontri durissimi, ha prodotto polemiche – soprattutto nei confronti di Petri, assurto a capro espiatorio del cinema politico – che oggi appaiono in tutta la loro pretestuosa gratuità. A questo proposito, Ugo Pirro racconta un episodio significativo, legato alla realizzazione di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, accusato addirittura di inneggiare alla Polizia di Stato. Letture irragionevoli come questa sembrano scritte nel destino cinematografico dell’autore: il suo piglio caricaturale, il gusto per il paradosso è stato spesso “preso alla lettera”, giungendo persino a invertire il senso dell’opera, scambiando la critica, per plauso, l’accusa per adesione. E quello che è accaduto, ad esempio, a La decima vittima, il film sul quale è incentrato questo lavoro. Il fascino sgargiante di quest’opera in Technicolor ne ha determinato una lettura in termini di moda, come se si trattasse di un inno al glamour, al design, agli oggetti più in voga. Ma a ben guardare, con La decima vittima Petri intende prendere di mira proprio queste realtà, le nuove merci, i desideri “all’americana”, la nascente e vacua ansia di consumo. La superficie consapevolmente pop del film e le meditate scelte figurative adottate – che saranno qui oggetto di riflessione, in particolare dal lato pittorico e nel rapporto con le arti – non lasciano spazio a dubbi e dichiarano in modo squillante e perentorio i loro bersagli. Tuttavia, la presenza di una lettura così tendenziosa non stupisce: è da imputare al clima di quegli anni e allo scomodo ruolo di “simbolo” rivestito da Petri.
La scelta di guardare alla figura dell’autore dalla prospettiva del tutto singolare di questo film, che non appartiene al periodo “maturo” della sua produzione, si origina dall’intenzione di andare oltre l’etichetta del cinema politico, per tracciare un ritratto di Petri diverso dal consueto. Lontano dai clamori più diretti della questione militante, l’apologo fantascientifico realizzato nel 1965 offre la possibilità di occuparsi dell’autore, per quanto possibile, fuor di polemica. Come si vedrà, per molte ragioni – produttive, espressive, di ricezione critica – il film si pone in perfetta continuità con l’opera di Petri, rappresentandone emblematicamente l’intera vicenda. Ad esempio, gli scontri con il produttore, Carlo Ponti, che furono ferocissimi, raccontano il rapporto costantemente burrascoso tra il cineasta romano e le strutture industriali del cinema. Analogamente, la ricercata accuratezza cromatica e compositiva di La decima vittima – con il suo miscuglio di cultura alta e pratiche basse, con i tratti esuberanti dello stile, con l’inquieta e fiammeggiante attività della macchina da presa – consente di mettere a fuoco alcuni caratteri profondi che contraddistinguono il linguaggio di Petri. Anche l’adesione – parziale, affermata e insieme satiricamente contraddetta – ai canoni della fantascienza è indicativa dell’atteggiamento dell’autore rispetto agli schemi di genere, della sua volontà di servirsene e di eroderne le regole “dall’interno”. E ancora, il travestimento del reale, ammantato di una maschera al futuro assai poco credibile, è un elemento fondante in La decima vittima, tanto da iscrivere il film nell’accezione speculativa della science-fiction. Ma ben vedere, il tema del camuffamento percorre il film in moltissimi modi, autorizzandone addirittura la lettura in termini di un futuribile carnevale di maschere. Allo stesso tempo, però, il ricorso al travestimento rappresenta una ineludibile cifra d’autore, che punteggia l’intera produzione del regista, fornendone una chiave interpretativa unitaria e convincente.
In conclusione, anche La decima vittima, un gradevole racconto di fantascienza, quasi senza impegno, impolitico, finisce per essere sorprendentemente vicino alle altre pellicole dell’autore. Ma esiste dunque un Petri impolitico? L’analisi di questo film eccentrico, in apparenza un unicum nella filmografia dell’autore, intende rispondere a questa domanda, cercando di andare oltre la superficie accattivante delle figure, di guardare sotto quella scintillante e burlesca patina di futuro, nel tentativo di scoprire il segreto di quest’ultima maschera.

Lucia Cardone