L’orologio americano

di Arthur Miller

traduzione di Gerardo Guerrieri

regia di Elio Petri

scene di Dante Ferretti

costumi di Barbara Mastroianni

musiche di Piero Piccioni

con

Eros Pagni
Lino Capolicchio
Ferruccio de Ceresa
Claudio Gora
Camillo Milli
Benedetta Buccellato
Carla Signoris
Marzia Ubaldi
Ugo Maria Morosi
Franco Carli
Luca dal Fabbro
Marcello Cesena
Camillo Milli

Lettera aperta di Elio Petri alla compagnia teatrale

Ultimissime considerazioni, ingenue, ma solo apparentemente.

Quel che più mi ha colpito nelleultime rappresentazioni da me viste è il tono di “routine” emanante da ogni aspetto della messa in scena. Tutto è un po’ meccanico, dall’avvicendarsi delle luci che avviene, quando non è impreciso, con rigidità notarile, alla apparizione degli oggetti, spesso traballanti, alla recitazione degli attori, quasi sempre mero fatto professionale. Sembra, in certi momenti, che tutti mostrino una certa fretta di finire e di tornarsene alla loro vera occupazione, che li aspetta altrove. Non ho più visto e, quindi, vissuto con la compagnia, l’entusiasmo delle prime rappresenazioni, che era tale da fornire allo spettacolo una delle sue più serie basi di credibilità. Davanti a quella partecipazione lo spettatore non poteva dire altro che: “Se loro ci credono tanto, devo crederci anche io”. Senza questo elemento della vostra passione, L’orologio americano – come qualunque altro – può risultare uno spettacolo senza clima, senza atmosfera. In definitiva, uno spettacolo noioso: e non soltanto, non essenzialmente, in questo caso, per colpa del testo; ma per colpa esclusivamente nostra. Se si vuole raggiungere questo effetto abbiamo certamente imboccato la strada del sicuro successo. Quindi, complimenti.

So che quel che accade risente, senza dubbio, dello stile puramente “amministrativo” e, di conseguenza, squisitamente “routinier” della nostra tournée. Ma perché lasciarsi influenzare dal disamore della burocrazia teatrale? In fondo, nessuno di noi è andato a cercare un impiego all’E.T.I., nonostante la crisi occupazionale. Ed ognuno, qui, rappresenta solo se stesso, il suo talento, le sue risorse di intelligenza, di generosità, la sua capacità di adattamento, che è anche dote artistica. Tutti assieme noi non rappresentiamo altro che la “compagnia”, ossia una società liberamente scelta. E’, dunque, per rispetto di noi stessi che ogni sera dobbiamo sottrarci allo stile “routinier” dell’organizzazione: rispetto di noi stessi e degli spettatori.

Mi pare buona regola, se gli spettatori in sala sono pochissimi, e, comunque, meno del previsto, o del desiderato, o del meritato, che tutta la compagnia dia il meglio di sé. Quei pochi avventurosi che hanno lasciato le loro case, e il fuoco d’artificio televisivo, per venirci a vedere, sono veramente i nostri interlocutori elettivi, i più “reali” e meritano di essere trattati con particolare rispetto. Un solo spettatore in sala, poi, assume un tale rilievo, diciamo, “filosofico”, sulla rappresentazione, da dovergli portare l’acqua con gli orecchi. Questo unico spettatore è una figura altamente inconscia, poichè da solo assume proporzioni immense e degne di considerazione non puramente mercantile; egli diventa, da solo, anzi, è, il nostro prossimo: amarlo o odiarlo?

Mi scuso per queste ultime digressioni moralistiche, soprattutto con i più giovani, che so preferirebbero essere orfani di padre. D’altra parte, discorsi d’un certo genere, come il presente, sembra non possano sfuggire il paternalismo: è il destino del nostro difficile rapporto. Che fare? Abolire i registi? Benissimo: ma il problema dell’entusiasmo con cui affronterete il nostro lavoro non verrebbe mai meno, anzi ingigantirebbe. Grazie. Prego.

Vostro Elio.

Perugia, 19 marzo 1982

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